LE PARTI, IL TUTTO
Mariano Apa
Nel Volgere di circa due decenni Mainenti ha praticato il disegno in una sempre più consapevole maturità espressiva, giungendo ad una ridefinizione del disegnare come affermazione sapienziale della propria messa in opera artistica. Esprimere la possibilità di nominare le cose permette a Mainenti di cimentarsi con l’identità della propria arte per giungere ad una laica estetica teologica.
I materiali sono colti nella loro accezione linguistica. Le carte e le matite, l’oro e l’argento, le resine e altri campionari del reale fanno parte di una coerente scelta critica e sono manipolati dall’artista assecondando una propria intuizione poetica.
Nell’ultimo ciclo presentato, una serie di volti “Senza nome” si evidenziano zone sfumate e linearismi che scalfiscono il buio. I valori cromatici sono esaltati nella loro individualità simbolica o, anche, ricondotti ad una tonalità monocromatica in cui sembra il colore tradursi in un suono originario, come in taluna musica dell’estrema avanguardia dell’ascolto, in Luigi Nono: “Prometeo”.
Linee e colori sono usati dall’artista per costruire il campo della luce nella sua condizione genitrice.
Nei volti dei “Senza nome” la luce modella e conferma le parti anatomiche le quali emergono nella singolarità dell’orecchio, dell’occhio, naso, bocca, zigomo, fronte: come in un atlante anatomico in cui emerge dal vuoto una trama di correlazioni, una strategia di relazioni afigurali il cui insieme costituisce il tutto delle parti. Propriamente è un volto quasi si mostrasse come scultura dipinta e che in verità si configura come autoproclamazione del disegnare. Il “Senza nome” diventa il poter nominare il disegnare quale cimento della propria arte che Mainenti può definire in una sorta di iconografia iconoclasta. La sua arte sembra affermare la non riconoscibilità del reale se non nel segreto carpito delle svelate relazioni tra le parti in una unitaria concepita sintesi: Chi vede chi? I volti si mostrano come reticenza figurale per poter affermare una dichiarazione di sapienza formativa. Tra forma e segno Mainenti decide la totalità del fare e la dimostrazione dell’invisibile emerge dalla pratica del disegnare.
Mainenti non cede alla retorica tautologica delle trascorse stagioni neoconcettuali e così non si abbandona ad una manualità che capovolge la formatività in artigianalità; egli, nel rigore della disciplina e nella salubre severità della referenza iconologia, fonda un procedimento visivo come maieutica, come contemplazione della Sophia.
Lungo gli anni del decennio ottanta Mainenti ha realizzato alcune installazioni anche con carattere di performance. In queste installazioni è preminente la cura, da parte dell’artista, della disposizione degli elementi nello spazio in cui far abitare l’opera. Una disposizione che esprime una segreta geometria di corrispondenze: non soltanto in chiave compositiva bensì proprio esprimendo una capace relazione tra significato e significato. Le parti dell’installazione –come anche nel microcosmo delle opere su carta e tavola- vengono sublimate nello statuto dell’icona realizzata quale sintesi totale dell’opera in cui l’accordo tra le parti non si pone ideologicamente compositivo bensì iconologicamente fondativo. Il misurare non è funzionale al perimetrare uno spazio bensì aiuta a svelare dal di dentro del caos la legge e il cosmo, l’ordine.
Pure nella evidenza dell’articolata installazione Mainenti ha avvalorato la identità formativa del ridefinito disegnare.
Dal punto di vista stilistico, nei lavori tra la metà degli anni ottanta e i primi del decennio novanta, affiora una caratterizzazione segnico espressiva che ricorda in evocazione alcune introspezioni del Gotico Internazionale, uno sperimentalismo letterario riscontrabile in alcune poesie di Zanzotto. Arte e poesia si accompagnano nella concentrazione del disegnare, spurgando l’antiquariato della citazione e ristabilendo i gradi della memoria nella propria coscienza. Così ad includere in prospettiva gli echi delle icone di San Giorgio ai Greci e del Dürer al Fondaco dei tedeschi.
Mainenti è ricercatore della primogenitura, della originalità della sezione aurea quale aurorale pensiero dell’opera.
Queste opere sono luoghi della concentrazione simbolica, sono la contemplazione e la meditazione formativa. Ai limiti della disperazione e della dolcezza, la motivazione esistenziale informa le energie e i campi magnetici di queste opere.
L’arte è il disegnare. Il disegno si concede come riqualificazione fondativa del poter ancora praticare l’arte. Interrogandosi sul disegno, Mainenti riscopre l’identità dell’arte nella consapevolezza del reale, della esperienzialità. Attraverso l’arte Mainenti può nominare lo statuto primordiale del reale equivalente allo statuto originario dell’icona.
MARGINALE
Giuliana Carbi
Perché una serie di opere intitolate "Senza nome"? Il richiamo ai molti dipinti "senza titolo" dell'età contemporanea è qui, a mio avviso, molto più che un gioco e i traduttori delle didascalie dovranno sapersela sbrogliare...
Gaetano Mainenti tiene in troppo conto il lavoro (dell'artista) per non considerare che anche questo elemento marginale rispetto all'energia dell'opera - che è la sua intitolazione e che sovente viene fissata "a cose fatte" - deve essere curato e appropriato. Gli è infatti consueta una solida prassi di costruzione totale dell'opera, a partire dalla creazione della carta e dei colori, fino alla riquadratura astratta delle immagini iconiche (da sempre la figura è parte del suo lavoro) realizzata secondo complesse proporzioni e tecnologie attuative.
Si dice che dalle piccole cose si capiscono le cose importanti...
Soffermiamoci ad esempio sul fatto "marginale" che un'opera "Senza nome", come un neonato che si deve ancora battezzare, si sa che dovrà avere un nome, mentre nel caso di un'opera "senza titolo" è già deciso che non lo avrà. In questa intitolazione ci troviamo dunque di fronte ad un corretto, se pur metaforico, richiamo della strana sospensione che ogni centimetro dell'opera emana autonomamente.
Un opera che, al contrario, è fin troppo "descrittiva" per così dire, precisa, iconica per l'appunto, perfino "riquadrata", si diceva, come è possibile che invece rappresenti con tale intensità uno "stato di potenza", una completezza non ancora espressa? Vorrei qui per una volta, testimoniandone la sapienza, tralasciare di descrivere l'elaborata dosatura delle varie componenti linguistiche dell'opera che rendono certa la strada che deve percorrere la percezione per guadagnare il ristoro e la serena leggerezza rigeneratrice di quello che una volta veniva definito appagamento estetico. Voglio dire invece che oltre a questo appagamento, più di questo conta il valore esemplare, che assume per la vita (o per l'interrogazione sulla vitalità) della pittura, la verifica della non contraddizione del dialogo - che in ogni altro luogo sarebbe aspro - fra i volti di donna enigmatici e antichi e le più larghe fasce di campiture e di pattern che compongono l'opera e fra le opere stesse. Quasi che quelle donne o meglio solo il volto di quelle donne abitasse per alchimia da sempre quelle dimore. Assumiamo cioè definitivamente la suggestione che avvenga un congiungimento strettissimo tra la sospensione e la densità; il senso sospensivo del "senza tempo" così si chiarisce armonicamente come "senza separatezza".
Questo stimolante suggerimento di Gaetano Mainenti discende dalla purezza della sua dedizione all'arte e agli uomini per la quale agire generosamente diventa una disciplina. Il progetto è invece di scoprire e seguire la via tracciata sulla quale si possano ricondurre ad ordine, lucreziano per così dire, anche gli accidenti esterni, alla luce dell'orizzonte originario, e partecipare la propria appartenenza fluida al mondo come esperienza.
In questa ultima mostra, con più determinazione, infatti la tesi dell'artista veneziano sembra concentrarsi sulla capacità di penetrare, attraverso gli stimoli e le reazioni neuronali procurati dalla vista, uno strato più profondo di coscienza ancora conservato dentro ad ognuno di noi, se pur quasi inattivato, che governa anche il nostro "dna simbolico". Esso porta a memoria istintiva ciò che devono aver provato i nostri progenitori carovanieri costruendo il senso dell'avvenire (e del ritorno nella casa del padre), seduti al fuoco dei bivacchi, con il raccontare naturalmente il mito perché così erano usi già da generazioni nonostante l'incombenza delle stelle o forse non accorgendosene. Indicare questa appartenenza può essere una delle scommesse simboliche "attive" dell'arte. E a questa rappresentazione ideale della natura e della storia come pratica "magica" della vita possono anche essere canale d'accesso la vigilanza e la pazienza necessarie al disegno, per il quale ogni "marginale" distrazione è fatale.
Tutto questo si sperimenta non a caso in un luogo da dove Marco Polo poteva partire per viaggi (e ricerche) lontani, a Venezia, specificatamente in una delle Venezie "originarie", a Murano, dove senza contraddizione si conservano in chiesa, a Santa Maria e San Donato, gioiello romanico-bizantino impareggiabile incastonato nella luce della laguna, le spoglie del drago...
BIOGRAFIA
Susanna Zattarin
Gaetano Mainenti nasce a Venezia il 3 novembre 1965. I primi anni li trascorre nell’isola di Murano presso la casa materna. Saranno gli interessi del nonno, chimico del vetro, addetto ai colori ed alla composizione, ad avvicinarlo inizialmente all’arte. Trasferitosi a Mestre con la propria famiglia, frequenta il Liceo Artistico di Venezia, iscrivendosi poi all’Accademia di Belle Arti presso la scuola di Pittura di Carmelo Zotti ed Ennio Finzi. Si diploma nel 1988 con una tesi dal titolo De Templo. Figura complessa e multiforme si avvicina alla musica già adolescente, divenendo presto uno stimato e richiesto bassista elettrico, attività che abbandona a livello professionale ma che continua “segretamente” a coltivare. Inizia ad esporre giovanissimo, già nel 1984, partecipando ad alcune mostre collettive. Nel 1987 realizza la prima personale e, nello stesso anno, vince la borsa di studio alla Fondazione Bevilacqua La Masa in occasione della 72° Collettiva. Nel ‘88 viene invitato ad esporre a Loreto, alla mostra “Anni ’90 – Pittura e scultura, bilanci e prospettive” e nel 1990 è presente per la prima volta al Premio Marche ad Ancona, invitato dal critico veneziano Toni Toniato. Nel ‘91 gli viene richiesta un’opera per la Collezione del Centro per l’Arte Contemporanea - Rocca di Umbertide. Animo irrequieto e figura di sperimentatore, realizza grandi installazioni mescolando materiali diversi in una sintesi di alta liricità. Il 1992 si rivela come un anno di grandi svolte e tensioni nell’ampliamento degli interessi e delle attività legate all’ambiente artistico, che lo vede anche fecondo ed appassionato organizzatore. Viene più volte eletto nella Commissione Culturale della Fondazione Bevilacqua La Masa, contribuendo a costruirne il programma in direzione di una valorizzazione della produzione artistica giovanile. In relazione a questo fonda, assieme ad un gruppo di artisti, l’AGAV (Associazione Giovani Artisti Veneti) con l’intento di avvicinare operatori ed istituzioni cittadine attraverso un dialogo costruttivo. All’associazione immaginata da Mainenti aderiscono numerosi intellettuali ed artisti di diverse estrazioni e generazioni, vengono promosse manifestazioni (anche di protesta) numerosi incontri e attività culturali: dalle mostre ai concerti, dalle conferenze alle pubblicazioni che coinvolgono le migliori forze presenti a livello nazionale. Invitato dal critico romano Mariano Apa a realizzare una personale a Fossato di Vico, decide invece, in quel clima, di dar voce ad una situazione (quella “veneziana”) chiamando ad esporre numerosi giovani colleghi. Il ‘92 è anche l’anno della prima personale a Trieste presso lo Studio d’Arte Tommaseo, mostra che l’artista intitolerà Fuochi sulla collina, proponendo una serie di opere in cui il disegno si presenta già come tecnica autonoma. Allestisce una mostra a Roma a Palazzo delle Esposizioni in occasione della manifestazione “Giovani Artisti a Roma IV” dove gli viene assegnata una grande sala che gli permette di esprimere al meglio la sua concezione dello spazio in relazione all’opera d’arte: qui conosce e frequenta il milieu culturale che anima le attività romane e, in seguito a questo, realizza alcuni lavori per la galleria De’ Serpenti.
Il Maestro Giorgio Bompadre lo chiama, in una sorta di confronto-incontro generazionale, a partecipare all’iniziativa “7 confluenze 7”, tenutasi a Fabriano.
Dal 1993 inizia l’esperienza dell’insegnamento presso l’Accademia di Belle Arti, che lo porterà ad Urbino, Lecce ed infine a Venezia. L’anno salentino si rivelerà fecondo di iniziative sia personali sia realizzate nel circuito della sua scuola. Mentre è a Lecce viene chiamato dallo Studio Tommaseo a presentare un’opera al Museo Revoltella in occasione di una collettiva che ripercorre i vent’anni d’attività della stessa galleria: espone l’opera intitolata Raccoglitrice di pioggia.
Alla fine del ‘94, in seguito del suo trasferimento presso la Cattedra di Decorazione di Venezia, prende dimora nel centro storico della città lagunare. Nel ‘96 esporrà in Vaticano nell’ambito della manifestazione “Profezia di Bellezza, arte sacra tra memoria e progetto”. Il 1997 è ancora un anno artisticamente fecondo: viene ri-invitato al Premio Marche; partecipa con una sala personale alla mostra, curata da Toni Toniato, “Dopo Tiepolo” presso la Fondazione Bevilacqua La Masa, presentando opere che rivelano un’essenzialità quasi minimalista, ma dalle trame fortemente simboliche e poetiche, mescolando ancora una volta materiali diversi, in cui la luce si fa “materia prima”. Viene invitato al Museo di Assisi per la mostra “Vocazione della Bellezza: attesa, ascolto, reticenze, inquietudine nell’arte contemporanea” e realizza una tiratura di stampe in tre lastre per la Camera di Commercio di Trieste dal titolo EST. E’ anche l’anno di un’altra personale, realizzata in due allestimenti, cui lavorerà circa un anno: “ Lumi & Lumi, opera in due gesti semplici tra meridiana e crepuscolo”. Lo spazio è ancora una volta quello dello Studio Tommaseo che gli permette di realizzare un sospirato progetto, il cui inizio del concepimento risaliva a cinque anni prima: una doppia visione di rifrangenze diurne e notturne che l’artista mette in forma attraverso due distinte installazioni accompagnate da altrettante performances, di cui cura ogni minimo dettaglio percettivo e concettuale. Nel ‘98 partecipa all’VIII Biennale d’Arte Sacra curata da Maurizio Calvesi a San Gabriele – Isola del Gran Sasso (TE). L’artista continua a svolgere attività promozionale a livello culturale, aprendo per una giornata le porte del proprio studio veneziano, invitando ad esporre colleghi e giovani artisti. La sua scuola di Decorazione intanto diviene un vero e proprio laboratorio sperimentale e di scambio, in cui transitano, negli incontri con gli studenti, artisti, critici, curatori, galleristi dalle concezioni più diverse. E’ quella necessità del dialogo, non solo tra operatori, che a cavallo tra il 1996 ed il ‘97 lo aveva portato ad organizzare la manifestazione “Nuove figure”. Un’iniziativa fondamentale per Venezia che metteva a confronto gli studenti delle diverse scuole dell’Accademia con i giovani critici ed i galleristi, in un’operazione che andava a coinvolgere l’intera città.
Lo Studio Tommaseo presenta una sua opera in occasione della mostra “Argento vivo 1974-1999” che ripercorre i venticinque anni di attività come gallerista di Franco Jesurum, curatore della mostra. Al Ludwig Muzeum di Budapest gli viene assegnata una sala personale nell’ambito della manifestazione “Bel Tempo”, espone l’installazione Doppio a nero: opera pregnante, di lunga e lenta preparazione, allestita attraverso un rimando circolare di valenze simboliche che esprime l’importanza, fondamentale per Mainenti, del valore esperenziale dell’arte. E’ nuovamente presente con il suo lavoro a Trieste nel 2000, chiamato da Giuliana Carbi in occasione di “Mibart. Per un’economia dello sguardo” e nello stesso anno partecipa alla “IX Biennale d’Arte Sacra”, curata nuovamente da Maurizio Calvesi.
Da 10 mesi è riuscito a realizzare il suo sogno di tornare a vivere e a lavorare a Murano, isola che in realtà non ha mai abbandonato, continuando a mantenere prima il proprio studio, poi una parte di questo, nella centenaria casa materna.