Materiali proposti e commentati da Neil Barbisan, Giulia Buono, Andrea Cazzolato, Gaetano Mainenti, Martina Maitan ...

 

File audio del seminario del 12 gennaio 2009

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Dimmi qualcosa
Il linguaggio umano è una forma di espressione molto complessa e sofisticata in cui si possono distinguere due componenti: emotiva e razionale.
La voce rappresenta la componente emotiva, quella parte della comunicazione che esprime lo stato d’animo e le intenzioni di chi parla. La voce (il timbro) è anche una firma, un impronta fonetica unica per ogni individuo, cui si associano caratteristiche, come il tono, modulabili a seconda delle situazioni.
La parola, invece, è il lato razionale del linguaggio, quello che si apprende da bambini: ogni parola ha un significato preciso, noto a tutti; l’insieme correttamente formulato di più parole costituisce un discorso e rappresenta ciò che si vuole esprimere. La parola si può esprimere con il suono della voce, per iscritto usando lettere di un alfabeto, con il movimento delle labbra, con gesti come nell’alfabeto muto.
Tecnicamente la parola è una comunicazione digitale, perché utilizza una serie finita di segni (fonemi, grafemi, numeri) scarsamente aderenti alla realtà del contenuto. Necessita quindi di notevoli capacità cognitive per essere compresa: senza averla studiata, per esempio, non si può capire una lingua straniera. Il vantaggio di questa comunicazione discontinua (per unità fonetiche) è quello di essere facilmente riproducibile e meno soggetta ad interpretazioni soggettive.
La voce, d’altra parte, è una forma di comunicazione analogica: si avvale di una serie continua, spesso non finita, di segni, che hanno una maggiore aderenza alla realtà dei contenuti che si vogliono comunicare. Necessita di capacità cognitive meno sofisticate per la sua comprensione, è più aderente alle intenzioni della sorgente del messaggio, senz'altro "più vera", ma meno facilmente riproducibile e più soggetta ad interpretazioni diverse.

http://www.dica33.it/argomenti/otorinolaringoiatria/audio3.asp

 

 

 Ma le parole, oltre che nel senso logico, saranno usate anche in senso incantatorio, veramente magico - non soltanto, cioè, per il loro significato, ma anche per la forma e per le loro emanazioni sensibili.

Antonin Artaud, Il Teatro e il suo Doppio, Il teatro della crudeltà - Secondo Manifesto, Piccola Biblioteca Einaudi (pag. 238)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Gaetano Mainenti

Sirin

1998

Matita su tavola preparata

cm. 37 x 27 (con cornice)

Università degli Studi di Salerno

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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 Se Artaud, per separare il teatro dallo spettacolo, sceglie la «stimbratura atroce» della voce e la glossolalia, tendendo così al grido, Bene investe maniacalmente la parola appoggiandosi a una trama complessa di parallelismi ritmico-melodici, tendendo piuttosto al canto. Entrambi, in realtà, non fanno che dilatare le possibilità espressive della voce, ritualmente Artaud, culturalmente Carmelo Bene. Il nucleo comune, ciò che li rende simili per prospettiva, è l’anti-rappresentazione come poetica d’attore.

 http://lellovoce.altervista.org/spip.php?article1568

 

 

Una sorta di sala operatoria sulla lingua e sulla phoné è allestita sulla scena, mediante una sofisticatissima apparecchiatura sonora. Là ci sono gli strumenti di un chirurgo, Carmelo Bene, che interviene oltre che sul testo, sulla voce, sul dire, sul proferire. Distorce, sperimenta, gorgheggia e "si ascolta" farlo. Il pubblico pare quasi secondario in questa decostruzione creativa della voce e del "dire". E' appunto questa la Macchina Attoriale: l'attore, il suo ventre faremmo meglio a dire, diviene macchina per esperimenti vocali. Nasce la voce-orchestra in cui il "normale" dire viene messo in discussione mediante una sperimentazione vocale polifonica (l'attore è come se possedesse in sé un'intera orchestra di voci diverse cui attingere). Una parola normalmente proferita in un dato modo, viene balbettata scompostamente, sussurrata, biasciata, deglutita: messa in crisi intimamente, oltre che nel modo in cui deve "esser detta", nel suo significante e, infine, nel suo significato. Mediante una variazione continua di gorgheggi, suoni, stridori, infinite modulazioni da parte dell'attore. Stridori che fanno venir meno il modo "normale" di dire e mettono in discussione l'idea stessa che esista un modo "normale", "in maggiore" direbbe Bene, di "dire". Ma andiamo avanti, leggiamo come Carmelo Bene descrive se stesso come Macchina Attoriale: Fin dagli esordi, senza alcun supporto elettronico, mi producevo oralmente come già avessi incorporata una strumentazione fonica a venire. Non recitavo, non ho mai recitato, per un "di fuori". In occasione della prima edizione del Pinocchio, più d'uno spettatore ipersensibile registrò il "prodigioso, magico recitarsi addosso" (non nella bassa accezione, è chiaro, che di solito si appioppa al proferire d'un attore).(...)
Pur ricattando da quel minimo soffio (flatus), disarticolavo l'orale in una ininterrotta implosione a dispetto del "portato". Suoni masticati e deglutiti all'interno della cavità orale, piuttosto che estroversi.

Questa continua modulazione, questo esperimento sulla voce portato alle estreme conseguenze, quasi a dirci che non c'è niente che viene sperimentato, che è l'esperimento stesso, la messa in discussione che conta, tutto questo fa venir meno il concetto stesso di appartenenza: appartenenza della parola a qualcosa.

http://www.autet.it/index.php?option=com_content&task=view&id=90&Itemid=50

 

 

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Socìetas Raffaello Sanzio e Scott Gibbons
The Cryonic Chants

Operazione che disgrega la poesia per ricostruirla dal grado zero dell'alfabeto, una specie di imbuto sonoro avente per oggetto l’alfabeto e il linguaggio verbale,  un testo - qui considerato come “cosa” tra le cose - assoggettato al destino di una forma.
(festival Màntica_ Cesena- spettacoli, concerti, dj set, performance, ascolti di voci "esemplari" e seminari a cura dei maestri della voce più interessanti del panorama mondiale)

 

 

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Adachi Tomomi
“Voice and The Right Hand”

On right hand, there are 4 buttons and 2 dimensional tilt sensor. Computer analyzes voice sound and the position of the right hand, it changes many parameters of modulation patch in real time.

 

 

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Fuyuki Yamakawa

(vocalizzi “Khoomei”, tipici della tradizione mongola, canto popolare caratterizzato dalla diplofonia, cioè dall’emissione in contemporanea di due suoni)

 

 

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Mike Patton

 

 

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Meredith Monk (New York, 20 novembre 1942) è una compositrice, cantante, regista e coreografa statunitense.

Per comprendere ciò che sottende la relazione fra voce e movimento bisogna affrontare tutta la complessità dell’individuo: non è solo un problema di categorie, è l’uomo ciò di cui si parla prima di ogni altra cosa. Occorre quindi riferirsi alla medicina, cercando gli studi degli esperti dell’apparato fonatorio e delle sue relazioni con il sistema nervoso e con tutto il corpo. Oltre a questo serve capire ciò che rivela la voce, arrivare ad una visione totale dell’individuo. E’ un discorso che arriva alla filosofia e alla psicologia. «Una voce significa questo: c’è una persona viva, gola, torace, sentimenti,che spinge nell’aria questa voce diversa da tutte le altre voci. » (Calvino Italo, Un re in ascolto, citato in Cavarero Adriana, A più voci. Filosofia dell’espressione vocale, Milano, Feltrinelli, 2003, p 7)

http://www.tesionline.com/intl/pdfpublicview.jsp?url=../__PDF/11887/11887p.pdf

 

 

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Efstratios Demetriou (in greco Στράτος Δημητρίου, più conosciuto come Demetrio Stratos) (Alessandria d'Egitto, 22 aprile 1945 – New York, 13 giugno 1979) è stato un cantante e polistrumentista e ricercatore musicale italiano.

 

 

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 La sera del 15 febbraio 1930 la Comédie Française apre il sipario sul nuovo spettacolo di Jean Cocteau. Sulla scena che si presenta al pubblico, sospettoso nei confronti di un artista troppo originale nell’arte e nella vita, ci sono l’attrice Berthe Bovy e un telefono.
Lo spettacolo è composto da un atto unico: una sola scena costituita da una stanza spoglia, un solo personaggio parlante. Proprio questa lettura, esplicitamente indicata dall’autore letterario del testo, è quella che caratterizza la più famosa delle riscritture cinematografiche del testo teatrale, quella di Roberto Rossellini che nel 1947 lavora al progetto di Cocteau mettendolo in scena con l’attrice straordinaria che aveva scoperto in Roma città aperta, Anna Magnani.

 http://it.geocities.com/evidda/LAVOCEUMANA.html

un atto, una camera, un personaggio, l’amore, e il comune accessorio dei drammi moderni, il telefono”: l’autore ha bisogno solo di questi elementi per questo suo lavoro. In questo dramma per evitare quello che Cocteau definisce il teatro del teatro miscela sapientemente il dramma alla commedia. All’inizio la donna è distesa davanti al letto come assassinata. Poi si alza, prende il cappotto, ma all’improvviso squilla il telefono. La scenografia è ridotta all’essenziale: una camera bianca, un letto disfatto, dei libri, una lampada. Il dialogo è infarcito di sentimentalismi. Poi quando meno te l’aspetti Cocteau tra un luogo comune ed una sdolcinatezza fa pronunciare alla donna frasi profonde e poetiche, che lasciano il segno come queste:
“Se tu non mi amassi e fossi astuto, il telefono diventerebbe un’arma spaventosa: un’arma che non lascia tracce, che non fa rumore”,
“Ti ricordi di Yvonne che si domandava come mai la voce potesse passare attraverso il filo attorcigliato. Ho il filo intorno al collo. Ho la tua voce intorno al mio collo…..” .

http://www.ilcorto.it/iCorti_FILM/RobertoRossellini%20Lavoceumana.pdf