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Il termine “postmoderno” si diffonde negli Stati Uniti nel corso degli anni settanta di questo secolo e arriva in Italia all’inizio del decennio successivo. Con questa parola si intende, sia nel campo delle arti e della letteratura sia in quello della filosofia, una tendenza contrassegnata da almeno due caratteristiche:
1. l’abolizione della distinzione, tipica per tutto il Novecento, tra, cultura elevata e cultura di massa;
2. il rifiuto, o comunque la profonda diffidenza nei confronti di tutte le teorie che vogliono spiegare la realtà. La critica più recente ha messo in luce come il postmoderno non sia un semplice movimento artistico o culturale, ma sia piuttosto una condizione dell’arte e della cultura corrispondente a una data fase dello sviluppo storico della società occidentale, segnatamente quella denominata tardo capitalismo. Naturalmente il postmoderno, specialmente, ma non solo, nel campo delle arti visive, dove è nato in esplicita polemica con l’impegno e il razionalismo delle avanguardie moderne, ha suscitato critiche, discussioni e prese di posizione di vario genere, benché oggi il dibattito verta piuttosto sul suo significato storico ovvero se il postmoderno sia una fase radicalmente nuova della cultura o se sia invece un episodio della modernità.
Il termine "post-moderno" divenne d'uso comune dopo che fu pubblicato La condition postmoderne (1979) di Jea-Francois Lyotard e a questa corrente di pensiero appartengono i nomi di Jean Baudrillard, Jacques Deridda, Michel Foucault e, in Italia, di Gianni Vattimo. Lyotard identifica il postmoderno con quella che egli definisce "l'incredulità verso la metanarrativa": con il decadere dei grandi sistemi interpretativi, scienza, politica, ecc.; non esisterebbero più delle grandi verità, ma solo eterogenee concezioni settoriali, spesso utili da un punto di vista essenzialmente pragmatico. Il postmoderno è dunque un modo di guardare alla realtà che si apre alle differenze, a tutto ciò che non è più riconducibile ad un unico elemento legittimante. La scienza, nota Lyotard, perde la sua supposta unità nel momento in cui la si assume come unica fonte di conoscenza legittima. D'altronde la stessa scienza genera al suo interno discipline e sub-discipline cosicchè è un obiettivo sempre più difficile quello di mantenerle tutte nell'ambito di una visione unitaria e coerente. Gli scienziati possono avanzare solo delle opinioni, non affermazioni definitive in grado di rispecchiare l'unica verità, il che è in contrasto con le tradizionali concezioni della conoscenza.
Postmodernismo
Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Alcune definizioni di postmodernismo
- "Il Postmodernismo è incredulità nei confronti delle metanarrazioni." Jean-François Lyotar
- "La teoria del rifiutare le teorie." Tony Cliff
- "La narrativa postmodernista si caratterizza per il disordine temporale, il disprezzo della narrazione lineare, la commistione delle forme e la sperimentazione nel linguaggio." Barry Lewis, Kazuo Ishiguro
- "È l'unione di narcisismo e nichilismo l'essenza del postmodernismo." Al Gore
- "Il Post-modernismo sguazza, si immerge, nelle frammentate e caotiche correnti del cambiamento come se non esistesse che cambiamento" David Harvey, The Condition of Postmodernity, Oxford, Basil Blackwell, 1989.
- "Si potrebbe dire che ogni èra abbia la sua postmodernità, e che ogni era abbia la sua forma di manierismo (infatti, mi chiedo se "postmodernismo" non sia semplicemente una forma moderna di Manierismo...). Credo che ogni era raggiunga momenti di crisi come quelli descritti da Nietzsche nella seconda delle Considerazioni inattuali, quando tratta della pericolosità dello studio della storia (Storiografia). La sensazione che il passato ci stia incatenando, confondendo, ricattando." Umberto Eco, "A Correspondence on Post-modernism" con Stefano Rosso in Hoesterey, op. cit., pp. 242-3
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E il prossimo album dei Beirut, stravagante progetto dell’autore-polistrumentista Zach Condon, potrebbe essere il punto di svolta. Strana storia quella di Condon, ragazzo prodigio di Albuquerque che a 15 anni produceva da solo, nella sua cameretta, brani doo-wop e electro-pop. A 16 anni, nonostante un ottimo curriculum scolastico, lascia il liceo e parte per un lungo viaggio in Europa, un viaggio liberatorio dove tra eccessi, sbronze e avventure romantiche, scopre la musica gitana e balcanica. Narra la leggenda che una sera, sentendo della strana musica arrivare dall’appartamento sopra il suo, sia finito in mezzo a un gruppo di musicisti gitani e che in una sola notte abbia maturato “The Gulag Orkestar”, il suo primo album.
W. G. Sebald
La seria concentrazione con cui un orsetto lavatore sfrega ripetutamente un torsolo di mela nell'acqua di un ruscello, nel suo ambiente ricostruito in uno zoo di Antwerpen, un lavacro che va «molto oltre ogni ragionevole scrupolosità», come se lavando in quel modo potesse sfuggire alla falsità del mondo in cui è capitato «in certa misura senza il suo intervento». Un'immagine vivida, malinconica, dai molti richiami – come non pensare ad Heidegger? –, metafora della memoria e della scrittura, della coazione a ripetere e delle ossessioni di cui soffrono i personaggi di W. G. Sebald – e insieme a loro tutti gli uomini contemporanei. L'orsetto compare all'inizio di Austerlitz (Hanser 2001, pp. 424, in traduzione in Italia), un libro per cui è difficile trovare definizioni efficaci. Come nei libri precedenti, Schwindel. Gefühle (1990), (Vertigini, non tradotto) Die Ausgewanderten (1994, Gli emigrati, Bompiani 1996, trad. it. di G. Rovagnati) e Die Ringe des Saturn (1996, Gli anelli di Saturno, Bompiani 1998, trad. it. di G. Rovagnati) davanti al lettore si delinea lo sforzo di fondere la finzione narrativa con la tensione documentaria, la notazione saggistica di vario genere con la riflessione etica sull’uomo, sulla tragicità della storia, sull’importanza della memoria. Sforzo riuscito peraltro benissimo, tanto da far evocare a molti il nome di Robert Musil; e riuscito soprattutto grazie ad una scrittura del tutto inusuale nel panorama contemporaneo. Nelle pagine spesso prive di paragrafi si succedono lunghissime frasi, che si incastonano l’una nell’altra, ricordando a tratti da vicino lo stile di Thomas Bernhard, ma recuperando anche la lezione di Adalbert Stifter. Ne nasce una prosa ipnotica, da cui è facilissimo lasciarsi trascinare, sedurre e persino impressionare. Tutti i testi di Sebald sono scritti sotto il segno di Saturno, e dunque di una malinconia che fa da filtro ad ogni percezione della realtà, fino alla paralisi fisica e psicologica – persino del lettore. Sebald mette in scena se stesso proiettando i suoi tratti in quelli del narratore, uguale in tutti i libri: tedesco emigrato negli anni ’60 in Inghilterra, dopo gli studi, per sfuggire alla rigidità e alla colpevole incapacità di confrontarsi con il passato della Germania, ora professore di letteratura tedesca a Norwich, bibliofilo, coltissimo. C’è dunque una sorta di vezzo intellettuale nel sottolineare continuamente la condizione di malinconico – dopo Dürer, chiunque abbia a che fare con i libri è soggetto all’atra bile; ma c’è anche una concezione della storia e della condizione umana che è permeata di profondo pessimismo. Il narratore di Sebald prende il posto dell’angelo di Walter Benjamin: voltandosi indietro, il suo sguardo cade sulla storia come cumulo di rovine.
Massimo Bonifazio, Alias - Supplemento culturale de "il manifesto" - sabato 27 ottobre 2001
Chipiski walks through art history di Simone Lia
Video Interview Nicolas Bourriaud (video)
ALTERMODERN MANIFESTO
Postmodernism is dead
Una nuova modernità sta emergendo, riconfigurata su un'epoca di globalizzazione - intesa nei suoi aspetti economici, politici e culturali: una cultura altermoderna
L'aumento della comunicazione, dei viaggi e delle migrazioni sta ripercuotendosi nel nostro modo di vivere
Le nostre vite quotidiane consistono di viaggi in un universo caotico e brulicante
Multiculturalismo e identità stanno per essere superati dalla creolizzazione: gli artisti oggi partono da uno stato di cultura globalizzato
Questo nuovo universalismo è basato su traduzioni, sottolineature e doppiaggio generalizzato
L'arte di oggi esplora il legami che testo e immagine, tempo e spazio, intrecciano fra loro
Gli artisti rispondono ad una nuova percezione globalizzata. Attraversano un paesaggio culturale saturato di segni e creano nuovi sentieri tra formati multipli di espressione e comunicazione
La Tate Triennial 2009 alla Tate Britain presenta una discussione collettiva intorno a questa premessa che il Postmodernismo sta arrivando alla fine, e che stiamo sperimentando la nascita di una Altramodernità globale
Nicolas Bourriaud
Altermodern – Tate Triennial 2009
at Tate Britain
4 February – 26 April 2009
Questo scritto sintetico e incisivo, vagamente futurista, Bourriaud l’ha chiamato Manifesto, spiegando, però, che considera la modalità un «format obsoleto», ma utilizzato «per giocare con una formula modernista» e da lui scritto «solo per accendere una miccia». «La vera elaborazione teoretica dell’Altramodernità – dichiara – arriva ora nel saggio The Radicant». È con questa sorta di proclama che lo scrittore francese presenta il suo terzo saggio, in uscita in questi giorni per i tipi di Sternberg Press, dopo Estetica relazionale (1998) e Postproduction (2001), autentici pilastri per qualsiasi studio sulla modernità.
Nicolas Bourriaud
The Radicant
Sternberg Press
pp. 220
euro 15

Track 1 - artist: Mixmaster Morris - track title: Altermodern Mix tape
Mixmaster Morris Biography
DJ Mixmaster Morris is a pioneer of the ambient and chillout music genres. This mix blends music from all genres and locations to interpret the theme of Altermodern.
Subodh Gupta
The star of this show is Indian Subodh Gupta. His Line of Control fills a rotunda in the Duveen Galleries from floor to ceiling with a mushroom cloud-shaped column of stainless-steel pots, pans and kitchen utensils in a work so visually powerful it gives you goose bumps. A “line of control” refers to the contested borders between disputed territories, which to any Indian means Kashmir, and the possibility that the conflict there might become the cause of a nuclear exchange. By making his atomic blast out of harmless implements that virtually every person both in Pakistan and India uses in everyday life, Gupta subverts (and therefore neutralises) the meaning of the mushroom shape – a sign for death as universally understood as the skull and crossbones.
Subodh Gupta
Spill
2007
Stainless steel and stainless steel utensils
170 x 145 x 95 cm

Subodh Gupta
Line of control
2008
Stainless steel and stainless steel utensils
Bob and Roberta Smith
Make Your Own Xmas, says Bob and Roberta Smith (Video)
Bob and Roberta Smith
Off Voice Fly Tip
2009
courtesy Hales Gallery
Franz Ackermann
Il luogo in sé è lo stimolo e mai l'immagine
I suoi acquarelli costituiscono degli studi opachi, in cui le prospettive cartografiche aeree, i dettagli architettonici minuziosamente riportati, vacillanti paesaggi urbani e linee di faglie geologiche si schiacciano insieme nel mezzo di intricati vortici di pittura. Le loro dimensioni sono così ridotte da poter essere inseriti in una valigetta; l'artista li definisce "mappe mentali" e li realizza soltanto durante i suoi viaggi, a guisa di "diario visivo".
L'artista completa il viaggio fissando saldamente la sua opera al luogo di destinazione, trasformando il museo o gli spazi espositivi con l'utilizzo di audaci pitture murali che estendono il territorio psicogeografico dei suoi dipinti e dei suoi disegni.
Art Now, a cura di Uta Grosenick, Edizioni Taschen, 2008

Franz Ackermann
Mental Map: Evasion V
1996, Acylic on Canvas
275 x 305cm
Franz Ackermann
Gateway-Getaway
2008-09
Marcus Coates
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Wonderful British artist Marcus Coates shows a film of a performance when, dressed in a blue-and-white tracksuit (the colours of the Israeli flag), and wearing a badger-skin headdress, with a stuffed rabbit sticking out of his shirt front, he pays a visit to the mayor of a small town in Israel. The poor mayor (who doesn’t speak English and uses a translator) patiently allows Coates to play the role of shaman or intermediary between the animal and human worlds. After the bird and animal noises comes a lecture ostensibly about the defensive tactics of the nesting plover but really about how countries that perceive themselves to be vulnerable react to danger. It’s funny like Louis Theroux, but apparently heartfelt and without the sneers.

Marcus Coates
The Plover's Wing
2008
Courtesy the artist, © Marcus Coates, 2008
Lindsay Seers
Black Maria
Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Black Maria (di solito pronunciato Black "Mària"), fu il primo studios cinematografico americano, dove l'operatore William Kennedy Laurie Dickson girava i brevi film per Thomas Edison e il suo Kinetoscopio.
Si trattava di un piccolo palcoscenico di posa, nel quale le pareti interne erano dipinte di nero, per dare uno sfondo omogeneo ai filmati, e la parte superiore e frontale era apribile per poter garantire la massima illuminazione con la luce solare, essendo la pellicola usata (la 35mm di Eastman Kodak) ancora poco sensibile. Poteva inoltre essere ruotato alla ricerca della migliore esposizione solare. Il nome deriva dalla sua angustia, che ricordava quella di un furgone della polizia a cavallo (che venivano detti appunto Black Marias). Edison chiamava ironicamente lo studio anche "The Doghouse", la "Casa per cani"

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http://www.smartprojectspace.net/exhibitions/41.xml?artist=1606&work=2276
Black Maria by Lindsay Seers: Seers, 42, apparently uses her extraordinary life-story as the inspiration for her art. Watched from inside a replica of Thomas Edison's first film studio, which was called Black Maria, her semi-autobiographical and dreamlike film Extramission ? which includes talking heads from people purporting to be her mother and her psychologist ? has her describing her childhood inability to speak and her adolescent desire to become a camera and a projector. Super strange, but certainly one of the must-see pieces in the exhibition.
Edited as a television-style documentary, Extramission, 2005, relates the bizarre story of how the artist did not speak until she was nearly eight years old. She possessed, it seems, an eidetic memory, more commonly known as a photographic memory. Yet such a memory is not about recording--it is more a kaleidoscopic, unstoppable rush of impressions. 'I didn't need to speak in those years,' she writes in her recent book human camera. 'There was simply nothing to say and no time to say it--that would halt the next unfolding moment.' However, it was photography that eventually caused her to speak. On seeing a studio portrait of herself she uttered her first words, 'Is that me?' At the same time she lost her eidetic memory and, as if to compensate for this and for her uprooting from her childhood home on the island of Mauritius, she obsessively started taking photographs of her immediate environment. Eventually she decided to become a camera herself, to internalise photography again, by making mouth photographs. Enclosing herself in a black sack, she would insert a piece of light-sensitive paper into her mouth and then, emerging briefly from the sack and using her lips as both aperture and shutter, make the exposure before returning to the sack to develop it. Having made thousands of these small, circular, blood-red images, she suddenly stopped when she discovered that another artist, the American Ann Hamilton, had been doing exactly the same thing (although more as a self-conscious exercise in body art).
Extramission 6 (Black Maria) sees Lindsay Seers look both inward and outward. Installed in a shed-like replica of Thomas Edison’s Black Maria — the first film production studio — a possibly fictional documentary tells the artist’s remarkable story of the loss of her photographic memory and the ensuing trauma, which sees her become a human camera and then a projector. Does the artist’s name somehow foretell this?
