© 2001 Trieste Contemporanea

Trieste Contemporanea. Dialoghi con l'arte dell'Europa centro orientale

Con il contributo della Regione Autonoma Friuli-Venezia Giulia

Giovane emergente europeo Trieste Contemporanea 2001
Mostra personale di Gaetano Mainenti
Trieste, Studio Tommaseo, via del Monte 2/1
3 novembre - 4 dicembre 2001

A cura di Giuliana Carbi
Allestimento: Franco Jesurun
Ufficio stampa: Chiara Tomasi
Consulenza elettronica: Carlo Dorio
Collaboratori: Rok Bogataj, Alessandra Frontini, Alessandra Nicolini e Igor Tesser

 




Il progetto senza nome nasce in un periodo molto particolare della mia vita; periodo che ha determinato nelle sue linee fondamentali quel lavoro. Quando Franco Jesurum mi propose di fare una personale ero impegnato in un'attività per me molto importante che dura ancora oggi: stavo restaurando (costruendo) la casa dove ho vissuto i primi anni della mia vita. Come al solito la finalità del fare che si dichiara di perseguire non racconta mai pienamente il reale obiettivo che si sta confusamente cercando di raggiungere. In questo caso, sotto la banale e romantica scusa di riappropriarmi della mia "storia", si celava la neccessità di inventare un laboratorio di vita, di indagare una condizione di "presente assoluto" dove la storia e il futuro coincidono. Un luogo dove costruire situazioni, osservare da ulteriori punti di vista i vari intrecci passati (magari ricreandoli per poterli comprendere) e alzare lo sguardo verso quel che ancora non c'è (ma è già presente nella stessa qualità che assume ora il passato), tentando di vagliare con cura quel che è destino e quel che è intenzione. La casa, ora, non ha molto in comune con quella dove ho vissuto parte della mia infanzia: le pareti bianche e scrostate hanno lasciato il posto alle gradazioni cromatiche del rosso, del blu, del giallo, del verde; dove c'era intonaco ora cè una preziosa pelle di calce decorata con motivi ad olio tratti dalle mie ricerche armoniche. Al posto della stanza dove dormivo ora c'è un bagno, il comodino che raccoglieva i fumetti e i libri animati della mia infanzia è stato sostituito da una porta. In altre parole: non ho ricostruito alcunchè, ma ho costruito.
Tra il fissaggio di una tubatura e l'impasto di un secchio di malta comparivano volti che, nella maggior parte dei casi, restavano muti e quindi si prestavano a "mostrare" quel silenzio che tentavo di costruire, quel laboratorio dove (incoscientemente) volevo accettare l'incoerenza come valore, come una delle varie condizioni fondamentali del processo. Per ogni volto ho costruito una cornice associandola alla casa sia sul piano concettuale (media tra l'altro e il proprio, tra il pubblico e il privato, paradigma del corpo, etc.) sia sul piano materiale. Le cornici, infatti, sono state realizzate con il legno recuperato rimuovendo i soffitti. Ogni disegno presenta più contesti associati: dal lavoro con la matita alla costruzione della carta, dall'ossidazione dei metalli alla combustione del legno delle cornici. Volutamente non c'è il solo piano zero del foglio e del tratto, ma anche la carne elaborata. All'astrazione viene affiancata la materia, perchè non c'è alcuna divisione tra una parola e un gesto, tra il pensiero e il corpo: una parola ferisce quanto un colpo di pistola, uno sguardo su un complesso ordinato di segni può generare dolore o estasi....o lasciarci assolutamente indifferenti. Quest'ultima possibilità è di gran lunga la più frequente, ma ciò nulla toglie al fatto che esiste certamente nel mondo un proiettile che può ucciderci, come -certamente- esiste la parola o l'immagine che ci potrà cambiare nella carne...non con il tempo del fulmine, ma con quello dell'acqua.
La casa è il corpo su cui agire per poter costruire sul proprio corpo storico, al fine di garantire che il processo, nel suo sviluppo naturale, non trovi momenti di stasi. Ho dovuto manipolare quel corpo per poterne verificare l'alterità da ciò che mi è proprio, per poter comprendere che non ho luogo ma esistenza.
Senza nome si compone di undici pezzi che tentano di passare dalla scrittura al linguaggio, limitando al massimo ogni riferimento simbolico. Il tentativo è stato quello di relazionare undici situazioni in una rete che, collegando, permette di percorrere le stesse tappe e, nel contempo, perdersi. Perchè, in fin dei conti, è così per tutti: possiamo incontrare volti senza nome e dargliene uno al solo fine di ri-conoscerli, oppure accettarli come l'ulteriore forma della nostra esistenza, quella che non conosciamo ancora, nonostante ci appartenga.