Nulla come il disegno riesce a coniugare fare e conoscere. Disegnare è, nel contempo, costruzione del mondo ed apparire del mondo. Il passaggio a cui obbliga il disegno va dal ri-conoscere al conoscere: quando tracciamo forme organizzate su una superficie abbandoniamo il consueto processo visivo finalizzato alla rapida identificazione del segno per passare dal piano interpretativo a quello conoscitivo. In altri termini non ci interessa affatto sapere che quella forma davanti a noi è un gatto, un bicchiere, una casa, ma ci perdiamo nei sui rapporti interni, nella sua struttura "celata", nei particolari periferici, nella sua unicità. Ed ecco che quel che tutti i giorni ci accompagna come "conosciuto", per la prima volta ci appare come una struttura complessa che non conosciamo affatto...al punto di non poterne tracciare altro se non le poche invarianti percettive. La cosa ci appare con maggior chiarezza quando tentiamo di strutturare un'idea sul foglio: la prima manifestazione nel mondo della nostra intenzione ci mostra tutte le sue enormi lacune, ogni piega dell'impensato. E frequentando il disegno ci accorgiamo che la sua essenza è la visione, che non c'è alcuna distanza tra pensiero e tratto: non serve affatto transitare da uno all'altro, sono compresenti e uno non si da senza l'incursione dell'altro.
Disegnare significa, quindi, vedere. Ma è una visione cieca quella a cui il disegno ci invita, e per farlo comprendere meglio a chi vuole indagare questa pratica nego loro la possibilità di utilizzare la semplice visione retinica. Li invito infatti a copiare un oggetto infilandolo in un sacchetto assieme alla mano, portandoli ad identificare la punta del dito che indaga il modello con la "tattilità" dell'occhio che percorre i margini di una forma. La visione a cui introduce il disegno non ha, quindi, molto a che fare con quella straordinaria macchina che è l'occhio. E questo ci spiega come, in realtà, la pratica del disegno sia connaturata all'uomo: fare e conoscere non sono affatto momenti distinti. Un bimbo, infatti, sente il bisogno di disegnare prima di camminare o parlare. Ben lo sanno i miei parenti: da bambino disegnavo su qualsiasi superficie destasse la mia attenzione. Tracciare linee su un mobile era il solo modo di "vederlo", di "comprenderlo". Quando dopo i primi tentativi di approccio giunsero puntuali le punizioni e i fogli di carta, invece di limitarmi al perimetro bianco -probabilmente per un fraintendimento(?)- limitavo/espandevo la mia curiosità alle zone "invisibili" delle cose: la parte inferiore di un tavolo, la parte interna di un'anta, il fondo di qualche scatola, etc. Ripensando ora quell'istinto mi è chiaro che il foglio non rappresentava e non poteva rappresentare per me il piano astratto per eccellenza sul quale tracciare ogni forma possibile: disegnare era (ed è) per me un modo fondamentale di relazione con le cose. La mia espansione creativa venne castrata con forza quando mia zia, rientrando dalla spesa, trovò mia cugina nuda eppur completamente vestita dei tratti di penna con i quali avevo percorso tutto il suo corpo. In quel caso le colpe virarono verso motivazioni che un bimbo di otto anni non può gestire, forse per questo smisi e mi limitai ai fogli.
Il mio disegno quotidiano, da allora, ha trovato sempre molte forme per consolidarsi come pratica conoscitiva.
Questo confuso e sintetico testo cerca di evidenziare la natura del mio disegno quotidiano, ma tralascia il ruolo fondamentale dello spettatore: per fare un solo esempio immaginate come potevano intendere il naturale percorso del mio fare infantile i componenti della mia famiglia se avessero omesso la sua sfacciata contiguità all'atto vandalico (e quindi senza alcun fine se non quello di arrecare danno). A commento riporto una citazione di Roni Horn che riassume in modo essenziale la problematica: “Se lo spettatore non vuole o non può essere attivo, cosciente, responsabile, allora non vi è nulla, lì. Il disegno non è una questione di strumenti, bensì di percezione”.